Attività professionale disciplinata ai sensi della l. 4/2013

 

 

La natura reale dell'uomo.

Grande è l'ostinazione con la quale l'uomo si aggrappa ai sensi. Eppure, per quanto sostanziale egli possa ritenere il mondo esterno, nel quale vive e agisce, viene un momento nella vita degli individui e dei popoli, in cui involontariamente essi si domandano: « E' reale tutto ciò? ». Anche per chi non trova mai il tempo di dubitare della validità delle esperienze ricavate dai sensi, anche per chi in ogni istante è assorbito da questo o quel genere di godimento materiale, viene la morte, ed anch' egli è costretto a chiedersi: « E' reale tutto ciò? ». La religione comincia e finisce con questa domanda e la sua relativa risposta. Perfino nel passato più remoto, per il quale non ci soccorrono testimonianze storiche — fra la luce misteriosa della mitologia, e l'alba fioca della civiltà — si vede che già allora l'uomo si pose la medesima domanda: « Che cosa diviene tutto ciò? Che cosa è reale? ».
Una delle più poetiche fra le Upanishad, la Katha Upanishad, comincia con una domanda: « Quando un uomo muore, sorge una disputa intorno a lui. Gli uni dichiarano che egli se ne è andato per sempre, gli altri sostengono che è ancora vivente. Qual'è la verità? ». Varie sono le risposte. L'intero mondo della metafisica, della religione e della filosofia ne è pieno. D'altra parte si fecero anche tentativi di sopprimere la domanda, ponendo un freno all'inquietudine dello spirito umano che affannosamente si chiede: « Che cosa vi è al di là? Che cosa è reale? ». Tuttavia, finché sussiste la morte, ogni tentativo di mettere a tacere questi interrogativi sarà vano. Possiamo pur asserire che non vediamo nulla al di là di questa vita e che vogliamo restringere all'attimo presente tutte le nostre speranze e le nostre aspirazioni; possiamo anche forzarci con tutti i mezzi di non pensare a nulla che esorbiti dalla sfera dei sensi. Tutto ciò che ci circonda contribuisce a mantenerci entro gli stretti limiti di questo mondo e congiura nell'impedirci di allargare i nostri orizzonti oltre il presente. Eppure, finché ci sarà la morte, sempre ritornerà l'assillante domanda: « E' la morte la fine di tutte le cose di questo mondo a cui ci aggrappiamo come alla più salda realtà, alla più sostanziale delle sostanze? Il mondo svanisce in un attimo, e se ne è andato. Sull'orlo di un precipizio, al di là del quale si spalanca l'abisso dell'infinito, ogni anima umana, per temprata che sia, è costretta ad indietreggiare e a domandarsi: « E' reale tutto ciò? ». Le speranze di una intera vita, costruite a poco a poco con le energie di un forte spirito, svaniscono in un secondo. Sono esse reali? E' una domanda a cui bisogna rispondere. Il tempo non ne diminuisce la perentorietà; al contrario, la rafforza.
E poi c'è l'ansia umana di essere felici: per renderci tali, noi rincorriamo ogni cosa, proseguendo la nostra folle corsa nel mondo esteriore dei sensi. Se interroghiamo un giovane, la cui vita sia tutta un successo, egli risponderà che la vita è reale; ed egli ne è in verità convinto. Forse, divenuto vecchio, quello stesso uomo, avendo ormai tante volte sperimentato come la fortuna sia elusiva, dichiarerà che è tutto segnato dal destino. Alla fine si accorgerà che i suoi desideri non possono in realtà venir soddisfatti; ovunque egli vada, si erge un muro adamantino che non riesce a superare. Ogni azione, nella sfera dei sensi, determina una reazione. Tutto è evanescente: gioia, dolore, lusso, ricchezza, potenza e povertà — persino la vita — tutto è evanescente.
 
[Tratto da Swami Vivekananda JNANA-YOGA Lo Yoga della Conoscenza]